Il Bizzarro Blog Di Gianfro (e dei suoi amici di merende)

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sabato 7 settembre 2013

Fabrizio De Andrè - Tutti Morimmo a Stento

1968. Le piazze fiammeggianti alla luce dei focolai, le urla spezzate dai lacrimogeni.
È la rivoluzione, sociale quanto culturale.
A rappresentare la rottura con un passato musicale fatto di canzonette per palati borghesi è il secondo episodio discografico di un giovane emergente di Genova: Fabrizio De Andrè.
Uno tra i primi episodi di concept album nostrano, Tutti Morimmo a Stento è cucito da un unico tema fondamentale: la morte.
In un contesto politico-culturale come quello dell’Italia sessantottina quest’album fu un fulmine a ciel sereno: ritratto poetico, romantico, ma soprattutto umano della morte che ci circonda e che ci accompagna in ogni giorno della nostra vita.
Per questo suo nuovo lavoro decide di distaccarsi quasi totalmente dalle influenze del cantautorato francese (tra tutti Brassens, grande ispirazione per Fabrizio) e di affidare quindi gli arrangiamenti al grandioso maestro Gian Piero Reverberi , reo di diploma al conservatorio e al massimo della sua ispirazione.
Ad aprire le porte di un mondo fatto di rancore, isolamento ed emarginazione troviamo uno degli episodi di spicco dell’album: Cantico dei Drogati, poesia adorna di un arrangiamento orchestrale sfarzoso, quasi barocco, ricco di archi e fiati e scandito da un malinconico arpeggio acustico.
I fantasmi di una realtà cruda e disperata, presentataci attraverso gli occhi di un tossicodipendente si fanno sentire già dai primi versi:
“Ho licenziato Dio, gettato via un amore per costruirmi il vuoto nell’anima e nel cuore.
Le parole che dico non han più forma né accento, si trasformano i suoni in un sordo lamento.”
Ci si lascia trasportare dalla voce colma di disperazione, quasi piangente di Faber verso un fiume di rassegnazione che ha sfocio in un’unica, tormentata domanda:
“Come potrò dire a mia madre che ho paura?”
Cantico dei Drogati è un’opera, è l’autentica rappresentazione in musica del dolore di una realtà fin’allora nascosta ed emarginata, tenuta lontana dai riflettori, troppo bisognosa di pietà per essere accettata.
Un ultimo desolato rantolo alla fine della canzone è diretto proprio all’ascoltatore:
“Tu che m’ascolti insegnami un alfabeto che sia differente da quello della mia vigliaccheria”
L’orchestra riprende il tema principale in un crescendo che metterà fine alla canzone, lasciando spazio al fugace arpeggio introduttivo del Primo Intermezzo.
Skit o filler come lo si voglia chiamare, ogni intermezzo nell’album fa riferimento alla canzone precedente, presentandosi in tono più simbolico e distaccato.
Vediamo qui rappresentata la ricerca costante del tossico di qualcosa “oltre”, oltre i confini tracciati “ai bordi dell’infinito”:
“Gli arcobaleni d’altri mondi hanno colori che non so, lungo i ruscelli d’altri mondi crescono fiori che non ho..”
Il disco continua con un pezzo decisamente più canonico per De Andrè, chitarra e voce e un’apparente leggerezza che aleggia nell’atmosfera.
Leggenda di Natale ci narra della spensieratezza di un’adolescente, quasi una bambina che viene di colpo troncata a causa di un atto di pedofilia.
La violenza subita dalla bambina non viene mai menzionata nella canzone, ma si fa molto leva sul trauma indotto dall’atto, sulle relative cicatrici e sulla figura del violentatore.
“E venne l’inverno che uccide il colore e un “Babbo Natale” che parlava d’amore
 E d’oro e d’argento splendevano i doni.. ma gli occhi eran freddi e non erano buoni.”
È un trauma che lascia un vuoto incolmabile nella protagonista, che si vede improvvisamente catapultata nel mondo degli adulti.. e se pur “l’incanto è svanito da ogni sua idea” vorrebbe ancora essere la bambina di un tempo e “ancora alla luna vorresti narrare la storia di un fiore appassito a Natale”.
Forse il pezzo meno di rilievo del disco, ma fa parte anch’esso del mosaico esistenzialista che lo va a comporre.
La tranquillità data dall’atmosfera sognante di Leggenda di Natale viene bruscamente interrotta dall’irruzione del secondo intermezzo, che riprende il tema musicale del primo.

“Sopra le tombe d’altri mondi nascono fiori che non so
Ma fra i capelli d’altri amori muoiono fiori che non ho”

Il disco prosegue, quinta traccia.
Ballata degli Impiccati è a tutti gli effetti un atto di accusa.
Dall’alto dei patiboli gli impiccati lanciano un monito al mondo, da cui traspare una rabbia ed un’ostilità inedita per De Andrè, ma anche un’ironia tragica che pur in punto di morte non abbandona quelli col cappio al collo.
“Tutti morimmo a stento, ingoiando l’ultima voce.
Tirando calci al vento vedemmo sfumar la luce.”
Verso coloro che han avuto giudizio di vita e di morte:
“Poi scivolammo nel gelo di una morte senza abbandono
Recitando l’antico credo di chi muore senza perdono”
Verso chi si è beato della vista di un’esecuzione pubblica:
“Chi derise la nostra sconfitta e l’estrema vergogna ed il modo
Soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo”
Ai becchini:
 “Chi la terra ci sparse sull’ossa e riprese tranquillo il cammino
Giunga anch’egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino”
Ed infine il giudizio finale, la poesia più drammatica di quei poeti maledetti marchiati dal nodo scorsoio, I Fiori del Male degli impiccati:
“Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso
..ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso.”
De Andrè si mostra in questo componimento nel suo lato più decadentista, e questo è il suo Spleen al mondo.
Lasciamo il paesaggio di desolazione cinquecentesca della ballata e proseguiamo nella seconda metà del disco con la sesta traccia, Inverno.
Un preludio blues con tanto di trombe fa spazio a un più canonico giro di accordi e alla voce leggermente più impostata del solito di Fabrizio.
Inverno è una metafora, è la rappresentazione idealistica, quasi ingenua della vita tramite le stagioni.
L’esortazione a rimanere in vista di un’estate più serena si accosta alla rassegnazione nella consapevolezza di un imminente inverno.
“La terra stanca sotto la neve dorme il silenzio di un sonno greve
L’inverno raccoglie la sua fatica di mille secoli da un’alba antica”
L’orchestra veste queste frasi di una melodia sostenuta ma malinconica, rassegnata ma dolcissima fino all’ultimo squillo di trombe che introduce l’episodio più bizzarro di tutto l’album.
Girotondo.
Girotondo è una traccia dall’accompagnamento infantile, chitarra giocosa e coro, ma che tratta un argomento inesorabilmente tragico: la guerra nucleare.
Ci troviamo davanti un mondo distrutto, dove la natura è morta così come la quasi totalità della razza umana, e in questo surreale girotondo bellico gli unici ad essere sopravvissuti sono i bambini, che nella loro ingenuità intraprendono un dialogo corale con la prima voce,
“-La guerra è dappertutto marcondirondero, la terra è tutto un lutto, chi la consolerà?
-Ci penseranno gli uomini, le bestie i fiori, i boschi, le stagioni con i mille colori
-Di gente, bestie e fiori no non ce n’è più: viventi siam rimasti noi e nulla più”
La tragica ironia del genio faberiano trova in Girotondo la sua più lampante rappresentazione e il suo picco nel finale della canzone stessa, dove il coro, le percussioni e i fiati accelerano improvvisamente fino a sfociare in un delirio psichedelico totale, fino al silenzio.
L’ultima parte dell’album è una simil-suite composta da tre canzoni:
Terzo intermezzo- Recitativo (Due invocazioni e un atto di accusa) – Corale (La Leggenda del Re Infelice), che analizzerò come un’unica traccia.
È l’apice dell’album, la conclusione più adatta, che racchiude tutta la disperazione narrata nelle tracce precedenti, straziante poesia.
Un bellissimo arpeggio introduttivo fa da accompagnamento alle due strofe del terzo intermezzo, trattanti rispettivamente la guerra e l’amore:

“La polvere, il sangue, le mosche, l’odore
Per strada, tra i campi la gente che muore
E tu, tu la chiami guerra e non sai che cos’è
E tu, tu la chiami guerra e non ti spieghi perché

L’autunno negli occhi, l’estate nel cuore
La voglia di dare, l’istinto di avere
E tu, tu lo chiami amore e non sai che cos’è
E tu, tu lo chiami amore e non ti spieghi perché”

E a questo punto si passa brutalmente ad un accompagnamento orchestrale e, di lì a poco corale, con un De Andrè mai così intristito e compassionevole, che recita i suoi versi come in punto di morte, evocando la visione di realtà drammatiche, tristi e nostalgiche, che abbiamo già incontrato tra le tracce dell’album.
Non so cosa dire, mi limiterò a scrivere le ultime parole e lasciarvi alla richiesta, alla supplica che, alla fine di quello che reputo il suo album migliore Fabrizio ci lascia: Abbiate pietà.

“Uomini cui pietà non convien sempre
male accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine.

Uomini, poiché all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano
finché non sia maturo per la falce.”






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