Il Bizzarro Blog Di Gianfro (e dei suoi amici di merende)

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martedì 11 dicembre 2018

RECENSIONE - MEGALO BOX

Guardate bene quest'immagine. Osservatela attentamente in ogni suo singolo dettaglio. Sapete benissimo che questa è un'illustrazione di Megalo Box, l'Anime prodotto da TMS che festeggia i cinquant'anni di Ashita no Joe. E sapete benissimo che questo è il protagonista della serie. Qual è stata la prima cosa che avete notato? Ovviamente l'acconciatura Afro, che lo allontana terribilmente dal Joe Yabuki che conosciamo. E poi, la cosa che risalta ancora di più, oltre a quella chioma incolta, è l'esoscheletro che ha montato sulle spalle, dallo stile squisitamente Cyberpunk, pieno di ruggine, di adesivi, ammaccato come non mai eppure miracolosamente ancora funzionante. Insomma, ad una prima occhiata, questa serie non ha nulla a che vedere con Rocky Joe. Eppure, per quanto l'incipit, l'ambientazione e i personaggi siano stati completamente stravolti, questo è senza ombra di dubbio il più grande omaggio che si potesse fare ad uno degli Spokon più importanti di sempre. Perché affermo tutto ciò, Popolo della Rete? Beh, leggete la recensione e lo scoprirete.
ATTENZIONE, LA RECENSIONE CONTIENE SPOILER




Una strada a senso unico. Una vita a senso unico. Un talento unico, costretto a cadere al tappeto per voleri ben più forti di un cane randagio, incattivito ancora di più da questa sconfitta continua, nella vana speranza che un giorno la sorte possa bussare anche alla sua porta. Con la morte come unica compagnia (non gradita, ma presente in tutto lo svolgersi della serie) le vicende del protagonista senza nome, comunemente e dispreggiativamente conosciuto come Junk Dog, giungono, sempre più velocemente e inesorabilmente verso un precipizio dal quale lui stesso non vuole tornare, lui, combattente clandestino dei bassifondi di una imprecisata città, ammaestrato per un'esistenza intera ad essere sconfitto, lui che più di tutti avrebbe da dire qualcosa riguardo la Box. Anzi, la Megalo Box.

La nobile arte del pugilato negli anni di questa dimensione narrativa si è evoluta in maniera esponenziale, divenendo il porto dove le tecnologie più avanzate incontrano la potenza di questa disciplina sportiva, creando una miscela perfetta, oltre ad un intrattenimento che esalta tutti i cittadini, dalla metropoli fino alla periferia, dove uomini senza licenza e ID si sbranano a vicenda per un tozzo di pane, o più semplicemente per arrivare alla prossima giornata. A detenere il monopolio totale su questo sport è la compagnia Shirato, una multinazionale che vede nella Megalo Box il futuro dell'intera umanità, che con orgoglio, e con non poca arroganza, sostiene di sapere chiaramente cosa sia la Megalo Box; queste affermazioni non possono che scontrarsi aspramente con Junk Dog, che con altrettanta arroganza si pone a muso duro contro i loro concetti.


In opposizione a lui, il difensore di tali concetti, divenuto egli stesso il simbolo della Shirato e della Megalo Box, l'apice della perfezione tecnologica e sportiva, l'unico pugile in grado di utilizzare la tecnologia dei Gear integrali, un altro cane ammaestrato con cura e precisione, Yuri, il campione numero 1 della Lega di Megalo Box. Ovviamente, nonostante il talento del protagonista, lo scontro che si crea tra i due è tremendamente impari, e il lupo bianco sconfigge con facilità il cane randagio, per poi sfidarlo a raggiungerlo a Megalonia, l'evento mondiale che consacrerà non solo Yuri e la compagnia di cui è simbolo e difensore, ma anche la "loro" idea di pugilato. Una sfida impossibile per Junk Dog, che tuttavia lo esalta come mai gli è successo in vita sua.


L'incipit della serie è questo, una scalinata disperata di un pugile senza nome, accompagnato da un allenatore caduto in disgrazia e oberato di debiti (Gensaku Nanbu), costretti a combattere per raggiungere Megalonia da una Mafia che vuole le loro teste, e che porterà i due a dare il massimo per aver salva la vita, e per ottenere la rivalsa tanto agognata arrivando fino alla vetta. Ed è proprio qui che lo spirito di Joe Yabuki attraversa le epoche per reincarnarsi in Junk Dog (che ad un certo punto prenderà proprio il suo nome, divenendo più semplicemente "Joe") continuando ad alimentare quella fiamma attraverso duri allenamenti e combattimenti al cardiopalma, dove la morte torna più presente che mai sulle spalle del protagonista. È un cammino dell'eroe molto semplice quello descritto in Megalo Box, e tuttavia non per questo meno affascinante e originale, in quanto questo nuovo Joe, pur possedendo la stessa forza fisica e di volontà del precedente, ha un approccio alla vita molto, molto differente, più vicino a quello di un vero cane randagio che a quello di un pugile in cerca di rivalsa, che si traduce in un approccio al pugilato molto più selvaggio e aggressivo, che  lo porta a gravi infortuni e a rischiare più di una volta la sua vita.

Trovata pubblicitaria molto spregiudicata prima, e simbolo di rivoluzione e di ribellione poi, è la decisione del Team Nowhere di far combattere Joe senza Gear, incrociando i suoi pugni con atleti teoricamente più forti di lui. Da qui nasce il mito di "Gearless" Joe, il pugile che incarna nella sua persona la contrapposizione perfetta a Yuri. Un pugile che vive in simbiosi con il suo Gear, e un altro che lo abbandona per dare ancora più forza e convinzione ai suoi pugni, che inutile dirlo, lo portano in cima alla vetta di Megalonia, passando per incontri truccati, minacce, e mutilazioni necessarie per permettere a questo cane randagio di farcela.

Semplicemente esaltante nella narrazione, Megalo Box viene accompagnato da una produzione TMS semplicemente perfetta, con animazioni che trasmettono perfettamente l'energia dei colpi e la carica di ogni incontro, accompagnati da musiche incalzanti e semplicemente perfette per l'occasione. un Masterpiece che impreziosisce ancora di più questa serie, che in molti frame cita e omaggia l'opera originale e la consacra, con un tratto che ricalca, in chiave moderna, il tratto sporco e carico di Tetsuya Chiba, traducendosi in uno stile unico e affascinante. 

Come unico è lo sviluppo di trama e personaggi, che nell'avvicendarsi di incontri e allenamenti, hanno modo di scontrarsi, comprendersi, perdonarsi per errori passati e redimersi, per poi tornare sul ring più carichi di prima. Tuttavia, se c'è una cosa in cui Megalo Box differisce dall'opera di Asaki Takamori, quella è il finale. devo dirvi la verità, Popolo della Rete: ad una prima visione il finale mi ha lasciato parecchio interdetto, pensando erroneamente che tradisse completamente lo spirito originale di Ashita no Joe. Vedere per tantissimi episodi (e anche nei titoli di suddetti episodi) riferimenti continui alla morte avevano alimentato aspettative errate, in quanto stupidamente non mi ero mai reso conto che Gearless Joe non stesse andando incontro alla sua dipartita, bensì stava cercando in tutti i modi di sfuggirle. E soprattutto, non avevo ancora capito che sì, lo spirito di Joe Yabuki risiede in Junk Dog, ma lui e il protagonista originario sono due persone completamente diverse l'una dall'altra, e questa serie doveva consacrare lo spirito di Joe, non sacrificarlo di nuovo. Ecco perché Joe non muore, non vuole morire, non deve morire, perché, molto semplicemente, Gearless Joe ha il compito di trasmettere alle future generazioni quello spirito.



E voi? Cosa ne pensate di Megalo Box? Vi è piaciuto, lo avete odiato? Ditemi come al solito la vostra qui sotto. Noi ci vediamo come al solito qui con il prossimo post, Popolo della Rete. Ciaociao.











lunedì 30 luglio 2018

RECENSIONE - DEVILMAN CRYBABY

Mi rendo conto di ritrovarmi fuori tempo massimo per parlare di una serie uscita ormai ad inizio anno, Popolo della Rete, tuttavia mi sono sentito in dovere, in onore ai cinquant'anni di carriera di uno dei più grandi maestri del Manga (nonché uno dei miei autori preferiti in assoluto), di lasciare quello che è un pensiero critico riguardo questo prodotto animato, questo Devilman Crybaby che fin dall'annuncio ha galvanizzato i fan di tutto il mondo.
Le premesse sono sempre quelle, le conoscete tutti, tuttavia più di quanto fatto in precedenza ci tengo a sottolineare come le parole qui sotto sono state frutto di una visione di molti elementi presenti nell'Anime, che però non verranno presi in considerazione nella loro totalità (è pur sempre un pensiero critico, e non un'analisi completa frame per frame), e che soprattutto, mi sembra ovvio, sono squisitamente personali (prima o poi affronterò il problema della morte della recensione, lo giuro).Ci tengo a dire che la recensione avrà al suo interno contenuti non adatti ai minori e ingenti quantità di Spoiler, siete stati avvertiti. Detto questo, possiamo iniziare. Buona lettura.


È cosa risaputa storicamente che i Manga prodotti da Go Nagai, nella maggior parte dei casi, erano per lo più soggetti da presentare alla Toei per la produzione di una o più serie animate incentrate su quei determinati personaggi: era stato così per Grendizer, Jeeg Robot e tante altre opere del maestro. Tuttavia, ci sono stati sparuti casi in cui il prodotto cartaceo acquisisse una personalità ben distinta e più corposa di contenuti, tanto da risultare indipendente e parallelo dal prodotto animato, ed è proprio il caso che interessa Devilman, che presenta una caratura ben differente dal personaggio super-eroistico e Americanizzato dell'Anime. Frutto della frustrazione dell'autore nei confronti dei suoi detrattori,  scandalizzati da quel La scuola senza pudore che aprì la liberalizzazione sessuale in terra Nipponica, Nagai recupera il concept di un suo precedente Shonen, Mao Dante, ampliandolo e contestualizzandolo in un Giappone fatto di perversioni, pregiudizio e xenofobia, mascherato però bellamente con orpelli e paesaggi da cartolina, senza dimenticare un contorno squisitamente Horror, con sbudellamenti, morte e violenze di ogni tipo. Una miscela esplosiva questa che porta ad un fragoroso successo, non solo di critica, ma anche di pubblico, conducendo il Manga nell'Olimpo della Letteratura Pop di tutto il mondo, ed emancipandolo completamente da quella versione animata così edulcorata e vivace.

Tuttavia una cosa che gli Studios negli anni hanno sempre mancato, portando al fallimento di alcuni progetti, è che non si è mai riusciti ad imprimere lo spirito del Devilman Manga in animazione: perfino la mai conclusa serie OAV, per quanto fedelissima all'opera cartacea (che da qui in poi chiamerò DMM) falliva nell'avere una sua personalità, per non parlare poi del discutibile Amon-The Apocalypse of Devilman, tanto bello graficamente quanto inutile, vuoto e pacchiano narrativamente. 
Amon-The Apocalypse of Devilam e Devilman OAV, due prodotti che sono
più delle mere aggiunte per i fan che opere fatte e finite apprezzabili da tutti

Come si pone allora, dopo queste premesse, l'Anime di Masaaki Yuasa (regista dietro a The Tatami Galaxy e Ping Pong -The Animation-) prodotto e distribuito da Netflix? Come una perfetta ed impeccabile Variazione sul Tema: è Devilman, anzi, è ESATTAMENTE Devilman, con tutti i concetti e momenti storici del Manga, in molti casi migliorati ed impreziositi durante la loro riproposizione. Ma è anche qualcosa di completamente nuovo, che differisce sotto molti aspetti (piccoli o grandi che siano, non fa importanza) da DMM, e lo emancipa da qualsiasi paragone e giudizio fine a sé stesso di Aficionados che si indignano sul fatto che Akira non sia orfano. Non è certo per queste amenità che Devilman viene amato ancora oggi. Questo perché Nagai con DMM aveva beccato non solo le tematiche, ma anche i tempi giusti (nell'Opera originale si percepisce perfettamente la paura ancora viva e palpabile di un Olocausto Nucleare attuato da Stati Uniti e URSS durante la Guerra Fredda), e Crybaby, proprio come allora, centra il bersaglio toccando quelli che sono i temi caldi del momento, e che alla fine non sono mai cambiati più di tanto negli anni: Conflitto, Xenofobia, Odio, Paura e Sesso. Tanto Sesso

L'ultima tematica presentata poc'anzi nell'anime di Yuasa viene esasperata e portata ad un eccesso che nemmeno Nagai aveva ritenuto immaginabile in DMM: in un'epoca come quella di Internet, dove la Pornografia è ormai alla portata di un click (portando conseguentemente ad una svilente inutilità del piacere, non più come esperienza sensoriale ma come sfogo fine a se stesso) e dove la perversione più deviata può trovare il proprio soddisfacimento tramite il Dark Web, il regista bombarda continuamente gli occhi dello spettatore di scene a sfondo sessuale, fino a sfociare poi in una Grottesca e deviata mutazione (Demoniaca in questo caso) di tali riferimenti. Perché per quanto possa essere distorto, manipolato, demonizzato e raccapricciante, il pensiero al sesso in quanto tale è presente in tutti noi, in quanto facente parte della sfera Animale della mente umana. E tutto questo sesso assume una dimensione ancora più disturbante grazie all'atmosfera acida dell'Anime, fatta di Neon e colorazioni psichedeliche e da quantitativi ingenti di droghe e allucinogeni.

Omosessualità, Prostituzione, Sadismo e Sesso orale vengono presentate
senza censure di sorta, e bombardate nelle menti degli spettatori con luci a Neon
ed LSD...

... Per essere successivamente distorte dall'avvento del Diabolico e Grottesco
affresco che Yuasa, come Nagai ai tempi, dipinge nel tentativo di descrivere
 il livello più basso dell'essere umano
E se la tematica cara all'autore originale assume questi connotati che ne ravvivano la fiamma, il resto non è certamente da meno: tutto in Crybaby concorre ad accrescere la disperazione e l'odio che Akira comincia a provare nei confronti prima dei Demoni, poi degli Uomini, e infine nei confronti di Satana stesso. Abbiamo finalmente modo di poter assaporare lo scontro tra il protagonista e Xenon, comandante delle forze Demoniache, che in questa nuova versione cova un sincero risentimento gerarchico nei confronti di Satana, e la battaglia finale assume delle connotazioni epiche che Nagai aveva volontariamente omesso, per lasciare invece spazio alla deflagrazione più totale. Ma questo come detto in precedenza è qualcosa che riguarda DMM, e Crybaby, per quanto consacri l'Opera originale, decide di intraprendere un percorso differente, fatto non di nuove tematiche (che ripetiamo sono le stesse del Manga), ma di nuovi contesti che per ovvie ragioni erano preclusi negli anni '70 (uno su tutti i Social Network, lama a doppio taglio di questo nuovo paradigma sociale in cui viviamo, capaci di convogliare enormi masse di odio e contemporaneamente di amore da ogni angolo del pianeta). 

Il contributo dato poi dal comparto Artistico lascia senza fiato: la produzione a cura di Science SARU è semplicemente perfetta. Ogni frame è un'opera d'arte che può essere tranquillamente estrapolato e affisso in cornice, (basti osservare le immagini presenti in questa recensione per capirlo) dove colori carichi e saturi delle scene "Demoniache" si alternano alla piattezza e alla monotonia della vita di tutti i giorni, in cui gli ambienti asettici di un nido familiare o i sobborghi di una periferia Tokyense fanno da scenario per i drammi di Akira, sovrastati da grattacieli immensi dai quali, in solitarietà ascetica, Ryo tende i fili delle sue macchinazioni. L'uso di questa dicotomia tanto netta avvicina l'Opera ad atmosfere Burtoniane (con le dovute differenze, in quanto Burton descrive nei suoi film il mondo Creepy come positivo, imprevedibile e colorato, mentre quello umano come monotono, impolverato e negativo) e Refniane, con il paragone quasi obbligatorio  con il debilitante The Neon Demon. Il tutto accompagnato da musiche Techno martellanti e penetranti assolutamente fantastiche (il remix di Devilman no Uta sopra a tutto e tutti, ovviamente).



Ma oltre tutto questo c'è qualcosa, raccontato molto sottovoce e quasi impercepibilmente, che aleggia in questo Anime, qualcosa di completamente nuovo e presente nel titolo stesso di questa nuova visione dell'Uomo Diavolo: il bambino che piange. L'inadeguatezza di un essere portato in una società che non gli appartiene e che, per quanto possa sforzarsi, non sarà mai sua. Un bambino che soffre in quanto incapace di amare, lui che, portatore della luce e prediletto da Dio, ha mosso guerra nei confronti del suo stesso padre. Un bambino isolato da tutto e da tutti, e incapace di trovare qualcuno che senta il suo pianto e li porga la mano. Fino a quando non giunge qualcuno, puro di cuore, che lo sente, lo percepisce, prova empatia e piange a sua stessa volta, perché non può farne a meno, perché è la sua natura. Il bambino allora smette di straziarsi, e nella sua concezione completamente deviata, decide di amare l'unico essere che abbia percepito la sua disperazione. Senza però capire che sarà lui stesso a portare alla morte quel ragazzo che tanto ha amato, per poi ricominciare il pianto, un'ultima volta, prima della fine. Semplicemente, un capolavoro.


Bene Popolo della Rete, la recensione finisce qui, spero che il mio pensiero sia arrivato a tutti voi, in quanto tenevo particolarmente a questa disanima su questa serie animata. Ci sarebbe tanto, tanto altro da dire riguardo Crybaby, ma verrebbe un post lunghissimo che non mi sento di affrontare. Io vi ringrazio ancora per avermi seguito in questo ex-cursus, vi invito a lasciare qui sotto il vostro pensiero riguardo questo capolavoro, e ne approfitto per ringraziare il sempre-verde Cavernadiplatone, Sommobuta e tutti coloro che ispirano da sempre questo mio percorso critico all'interno della cultura Pop che tanto amiamo. Ci rivediamo ad un prossimo post, CIAOCIAO, e ricordatevi che quando il Diavolo vi accarezza vuole la vostra anima.







giovedì 31 maggio 2018

6th ANNIVERSARY PROJECT - TRE PERSONAGGI IN CERCA DI UN ROBOT -NEON GENESIS EVANGELION-

La scrittura dell'articolo su Neon Genesis Evangelion è stata una delle esperienze più esaltanti che ho avuto qui sul Blog, Popolo della Rete, vuoi per l'ottimo riscontro, o più semplicemente per l'argomento che non tutti hanno mai analizzato nel profondo (lo potete trovare QUI). E sul capolavoro Gainax sono state stese pagine e pagine, scritte sia dal pubblico che dalla critica, che hanno elevato uno delle opere più iconoclaste di sempre in una dimensione di sacralità raggiunta da pochi altri prodotti (Akira e Ghost in The Shell sono altri esempi nel panorama Nipponico), vuoi per la qualità della storia, dei dialoghi e degli intrecci tra i personaggi, o della produzione generale. Ma cosa rende Evangelion tale? Gli scontri con gli Angeli? No, non direi. Gli Eva stessi, questi mostri di carne e metallo tanto affascinanti quanto terrificanti? No, nemmeno questo. Evangelion è tale per un piccolissimo dettaglio: è svilente. Ma arriviamoci per gradi a questa affermazione.



Se c'è una cosa certa in Evangelion è che la componente Robotica, per quanto ben sviluppata e importante sotto certi spunti di sviluppo, può essere tranquillamente considerata accessoria ai fini dello scopo che Hideaki Anno si era posto durante la creazione di suddetto Anime, ovvero una continua, forsennata ricerca di una qualsiasi forma di felicità, che in quel periodo era completamente assente nella vita dell'autore: ecco come nasce il primo personaggio, l'alter ego di Anno nell'Anime, Shinji Hikari.


Protagonista sfaccettato e incomprensibile Shinji, in perfetto equilibrio tra la frustrazione e l'inettitudine, incapace di scegliere e nonostante tutto mosso da emozioni altrettanto sfaccettate all'interno della storia, della sua storia, un'esistenza intera portata avanti per uno scopo tanto buono nelle premesse quanto terribile nel suo sviluppo: essere felice. in fondo Shinji non vuole che questo, la felicità nella vita di tutti i giorni. Un atteggiamento nobile, certo, ma si è detto che i suoi sviluppi saranno terribili; in un primo momento, questo eroe alquanto anomalo tenta di raggiungere questa sua dimensione di benessere nel peggiore dei modi, ovvero cercando approvazione da un padre che lo ha sempre ignorato, salvo poi rifugiarsi nello staff della Nerve, in Misato sopra a tutti, attraverso l'Evangelion stesso. Ma, fallito completamente quest'ulteriore approccio, erroneamente tenta di trovare la felicità in un qualcosa di vicino ad un sentimento di amore, anche qui in perenne bilico tra due poli uno diametralmente opposto all'altro: Rei Ayanami e Asuka Soryu Langley.




le due figure femminili prese in considerazione sono due modi diversi l'uno dall'altro di interpretare un unico modello, quello materno; Shinji crede infatti che trovando l'amore in Rei o in Asuka potrà ritrovare la madre perduta, cosa comprensibile in un soggetto affetto da un deviato Complesso Edipico, ma completamente distruttivo per una qualsiasi crescita psicologica. Ma nessuna delle due è capace di riempire il vuoto del Third Children: 
Asuka presenta un carattere chiassoso e sconvolgente, ma allo stesso tempo possiede le stesse psicosi di Shinji, una su tutte la morbosa ricerca di approvazione nelle sue azioni. E quindi, essendo identica al protagonista, è incapace di mantenere un ponte di collegamento stabile dal quale possa scorrere comprensione ed intesa sentimentale, lasciando spazio al disprezzo, all'incomprensione e alla solitudine. Una solitudine ed un'incomunicabilità che li accompagnerà fino alla fine del loro percorso.

Rei invece è in tutto e per tutto il contenitore per eccellenza, uno spazio vuoto (modellato ad immagine e somiglianza della madre di Shinji) da riempire con una volontà, che però non è quella di Shinji, bensì quella di suo padre Gendo, accecato dal desiderio di ritrovare la sua amata perduta nei meandri dell'Evangelion 01. E tuttavia capace, all'apice degli eventi che porteranno a compimento il Progetto per il Perfezionamento dell'Uomo, di far scaturire in sé qualcosa che una marionetta non dovrebbe possedere, ovvero il Libero Arbitrio. Tuttavia è un processo che non si può minimamente conciliare con l'animo tormentato di Shinji, che rimane, per tutto lo svolgersi della storia, un inetto, vero motore immobile di tutta questa vicenda. Laddove Rei segue un processo evolutivo di maturità, Shinji segue il percorso inverso, regredendo ad una psiche infantile, e quindi incapace di stare al fianco della First Children.



È stato detto più e più volte come Shinji sia un personaggio in cerca di una dimensione per la quale non vuole però muovere un solo passo, pretende la felicità, ma non vuole farsi del male e ferirsi per ottenerla. Va da sé che appena il talento insito nella sua persona comincia a ridimensionarsi alla media lui blocca tutto, attendendo qualcuno che svolga il compito a sua volta (palese il dualismo tra la sua predisposizione a pilotare l'Eva e quella per il Violoncello, nessuna delle due coltivate fino a farle splendere): è il caso di Misato, di Kaworu poi, di Asuka, in quel famigerato e disperatissimo dialogo presente nel The End of Evangelion, di Rei, e infine di sua madre. Tutte persone che in un modo o nell'altro non hanno permesso a Shinji di poter evolvere ad essere dotato di Libero Arbitrio, e che sviluppa un'indesiderata dimensione senza possedere una qualsivoglia volontà d'essere. in una frase, Evoluto senza Volerlo. Un Oltre-Uomo che non ha la benché minima voglia di esserlo.




Ma arrivato al capolinea, Shinji si ritrova finalmente in uno spazio fino a quel momento interdetto alla sua parte inconscia: ha la possibilità di scegliere. Questo bivio dalle strade infinite porta il Third Children a scandagliare ogni possibile variabile che porterebbe una sua possibile scelta, e ritrova dimensioni dove gli attori sono sempre gli stessi, ma il ruolo cambia (Misato è la sua insegnante, Asuka è l'amica d'infanzia che prova segretamente dei sentimenti per lui, Rei è la nuova arrivata con la quale instaura un insolito imprinting, i suoi genitori sono presenti e lo amano) ed ecco come alla fine si ritrova a pensare, per un solo istante, che anche senza l'Evangelion potrebbe condurre un'esistenza serena. Ma questa scelta è troppo comoda, una vittoria di Pirro, e quest'opzione viene demolita completamente da Asuka (nel famoso dialogo/monologo del The End), che rinfaccia a Shinji il fatto che rimarrà, in ogni possibile opzione, uno stupido. Ancora una volta i due continuano a non comprendersi e a distruggersi, perché in fondo sanno che è l'unico modo che hanno per avere una sottospecie di dialogo. 




Ed è qui che risiede la risposta in tutto questo ex-cursus, Shinji comprende che non sarà felice, fino a quando sceglierà di essere il pilota dell'Evangelion, e tuttavia sa anche che qualunque possibilità sceglierà, dovrà escludere a priori una qualsivoglia realtà in cui non sia presente l'Evangelion stesso. Ecco dove palesa, infine, la natura svilente dell'Opera. 
Pensateci bene: il finale dell'Anime si chiudeva con Shinji che arrivava ad una risposta, "Posso essere felice anche senza l'Evangelion", risposta che viene completamente demolita da Asuka nel The End, che da il via alla ricerca, da parte di Shinji, di una realtà dove possa essere sia il Third Children che una persona soddisfatta di se stesso, creando la dimensione del Rebuild, che tuttavia collassa non appena travalica quello che è il suo personaggio (Shinji nel 2.0 esercita una forza di volontà che non ha mai posseduto, cosa che lo rende, in definitiva, un personaggio completamente nuovo), e si ritrova, per l'ennesima volta, in balìa degli eventi senza poter compiere alcuna scelta (viene fatto prigioniero dai suoi ex-alleati, viene costretto per l'ennesima volta a pilotare un Evangelion da suo padre, assiste inerme alla morte di Kaworu), tornando a conti fatti alla situazione iniziale di inetto. Un circolo che non avrà fine, fino a quando non uscirà il tanto agognato quarto capitolo del Rebuild.




E questo, era il mio personalissimo pensiero riguardo al triangolo Shinji-Asuka-Rei di Neon Genesis Evangelion, che rispecchia anche il titolo di suddetto ex-cursus, tre personaggi interpretati da tre attori che non possono fare a meno dei loro Robot per poter vivere. Ringrazio Dummy System, uno dei Blog più interessanti che abbia letto riguardo l'argomento, il sempre-verde Cavernadiplatone, che mi ha ispirato dopo una ri-visione del suo video su Evangelion, i Talkin' Heads e Diego Armando Maradona. Fatemi sapere cosa ne pensate voi di questo capolavoro della Gainax lasciando un commento qua sotto, noi ci rivediamo ad un prossimo post. CIAOCIAO.